Posted on August 14, 2015 by
TRE GIORNI PER FERRATE IN ALTA VAL BADIA CON SALEWA
UN’ESPERIENZA VERTICALE MEMORABILE. PAURA FORSE NO, MA L’EMOZIONE DI UNA MATRICOLA ALLA SUA PRIMA FERRATA C’ERA TUTTA. SCAMBIATA ALLA FINE DEI QUATTRO GIORNI CON UN BAGAGLIO DI IMMAGINI, RICORDI E AMICIZIE. E UNA CONSAPEVOLEZZA: MENO MILANO E PIÙ MONTAGNA!

L’occasione era troppo bella per rinunciarci. Intendo la possibilità di partecipare alla Base Camp experience in programma in Alta Val Badia a fine luglio, uno dei premi offerti dal concorso Get Vertical di SALEWA, l’azienda di Bolzano specializzata in materiali per la montagna.
Milanese con casa ad Alagna per vent’anni, dai quattro anni in poi ho praticato molti sport con tanta montagna, ma mai ero riuscita a fare una via ferrata. Era ora di lanciarmi in questa sfida verticale.

La poesia delle montagne

Scoprire lo spettacolo del Gruppo Sella dal “ponte sospeso” è qualcosa che ti prende dentro, non solo per la storia di questa ferrata Brigata Tridentina, ma perché respiri un’aria di libertà, vedi panorami che da soli valgono la salita per chi vive in città e dedica all’outdoor non poco, ma non abbastanza del proprio tempo. Così, della prima giornata rimangono impresse la Torre Exner, a 2.496 metri, la Cascata del Pisciadù e naturalmente il Gruppo del Sella. Ma singolo ogni passo avrebbe potuto essere uno scatto fotografico, in primissimo piano o all’infinito, una zoomata di puro ossigeno per gli occhi e per l’anima.

I rifugi: gente della stessa pasta

Ho visto molti rifugi nei miei trent’anni e se c’è una cosa che ho sempre apprezzato è che trovi facce che ti assomigliano. Stessa pasta, stesso passo, stessa allegria alla fine di una camminata impegnativa.
E certamente il buon vino aiuta ancora in queste occasioni. Devo ammettere che negli anni qualcosa è cambiato. Per esempio l’architettura e gli interni modernissimi dell’Alpine Lounge Boè, con un menù eccellente all’altezza di un sofisticato ristorante di città, ma con una vista mozzafiato che in pianura puoi solo sognare. Anche l’abbigliamento di chi frequenta i rifugi è cambiato: più tecnico, più leggero, più colorato. Solo la chiara appartenenza a un gruppo speciale di persone non è mutato.

La paura, l’insicurezza, l’allenamento

Non ho paura della montagna. Rispetto sì, ereditato dai miei genitori che io e mia sorella, rispettivamente quattro e sette anni, eravamo “costrette” a seguire in semplici passeggiate che ai nostri occhi erano impegnative avventure. La loro presenza è stato sostegno, insegnamento, aiuto. Le loro voci le ho sentite rieccheggiare in quelle dei miei compagni di ferrata, guide professioniste o appassionati
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